Trois

Da alla testa. Bevendo l'ennesimo shottino, smettendo di sentire il controllo del mio corpo, inizio a meglio i miei organi, le viscere. Sento quell'alcool che brucia in gola, che spinge, mi scalda il cuore, si lascia assorbire dalle mie vene in un secondo e poi salta in testa: un urletto acuto esce dalla mia bocca e lui, con la sua mano sul mio fianco, mi fissa la bocca. Lo sento, il suo fiato sul mio collo. Mi stringe la mano; mi spinge dal fianco. Mi allontano dal rumore ovattato della musica della discoteca e lo seguo con passi incerti ad una moto. Mi poggio a quella moto, ci sono sopra. Lui mi cinge ancora la vita, mi strattona con forza e sento tutto che sale su, in gola. Ingoio l'acidità delle mie viscere e sento pulsare il cuore, sudare la fronte. Mentre cammino, non so dove sono diretta, ma ho capito cosa sto per fare. Poggio la testa al finestrino fresco. Il timpano batte, la musica si allontana e mi sento in un sacchetto di plastica, non riesco a respirare, vedo sfocato e sento tutti lontani. Forse mi addormento. 

Salgo le scale, i tacchi troppo alti, mentre mi appoggio a lui, la mano fredda mi leva le scarpe, mentre dice qualcosa sul rumore dei tacchi sul parquet. Ma chi se ne frega? Manco ti ascolto. Ora inizio quasi a capire qualcosa. Mi appoggio al suo petto gonfio e spavaldo. Lui apre la porta e mi fa passare, sempre poggiata a lui. 
La camera da letto? - domando e i suoi occhi neri mi fulminano.
No, facciamo qua. 
Mi sta antipatico. Alzo il viso e mi bacia, mentre mi spinge, dolce, verso un divano grande, ad L, come mi piacevano da piccola. Mi siedo ed inizio a sbottonargli i pantaloni. Non so se lo desidero, ma sono eccitata e lo prendo fra le labbra, mi muovo, mi sento la migliore, anche se probabilmente sono goffissima. Lui mi tocca, mi stringe, mi fa male, mi sculaccia, io non smetto di farlo godere. Poi mi spoglio di quel poco che indosso, dei giudizi, delle necessità, dei sentimenti, della mia anima.
Le braccia che mi stringono sono dolci; poi mi fanno male. Non capisco, nell'abbraccio, cosa succeda, ma stringo gli occhi e mi abbandono al desiderio. Ma non è desiderio, è voglia: è curiosità.
Uno schiaffo mi fa male, mi va in fiamme la parte che non avevo mai dato a nessuno; le ginocchia sul tappeto, tutto punge, e lo schiaffo mi fa aprire gli occhi. Incontro i suoi, verdi e viscidi.
Vedo quel corpo che sembrava così bello in discoteca, un adone; gli vedo la pancia, i peli scuri e ispidi, il sorriso smaliziato e compiaciuto mi fa schifo, ma continuo a muovere la lingua. 

Non arrivo alla soddisfazione, reso nuda e sporco del suo seme sul viso, nei capelli. Mi fa male tutto e non ho goduto di nulla. Mi viene da vomitare, mi alzo e cerco di correre al bagno ma trovo la cucina e vomito nel lavabo. Non mi sento ancora bene, mi infilo le dita profondamente in gola, sento ancora quel sapore di sapone misto a sudore e vomito ancora più in fretta. Apro il lavandino e bevo quell'acqua che non avrebbe potuto avere sapore peggiore. Quasi mi berrei lo Svelto. 

Mi risveglio seduta sulla sedia della cucina, nuda. Dal piccolo balconcino dell'appartamento vedo l'alba. Cazzo. Mi lavo la faccia, mi gira la testa. Come torno a casa? Non voglio star qua.
Entro in salotto ed è vuoto. Mi era sembrato molto più grande prima. Provo ad accendere la luce ma un secondo e la rispengo, mentre accecata risento il sapore del vomito.
Trovo la borsetta, prendo il cellulare: otto chiamate, 17 messaggi in tre conversazioni e 10 SMS: le 05:13 del mattino. Pensavo peggio. Faccio luce col flash, raccolgo i vestiti ed esco dalla porta senza fare troppo caso al non fare rumore, coi tacchi che stridono sul parquet.

"Troia," recita il messaggio di Betta. "Con entrambi?"


Cazzo.

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