Boccoli e bulli
Rosalia cammina verso casa. L'ennesimo giorno di scuola finiva come al solito, con la classica noia che contraddistingue i teenager, ma 'sta volta no. I suoi occhi fissi al pavimento vengono distratti da un rumore dietro di lei, nascosto fino a quel punto dalle cuffie nelle suo orecchie, collegate al suo iPhone graffiato. Si ferma, si gira. Dietro di lei un gruppo di compagne di scuola, due della sua classe, le altre tre della sezione F. Lia si toglie una cuffia dall'orecchio e non sorride, ha uno sguardo perplesso: nessuno di loro abita da quella parte della città, nella zona ricca. Le ragazze le vanno incontro.
«Ciao?!» dice Lia, più alle sue compagne che a quell'altre.
«Aspetta» inizia una dell'altra sezione, Barbieri forse il suo cognome. Barbarini? «Dobbiamo parlare...»
E di che dovremmo mai parlare noi? si chiede Lia, si leva le cuffie e le infila nella tasca dell'impermeabile verde militare; non spegne il telefono, convinta che ci vorrà poco tempo. È autunno ed una foglia rossiccia distrae o sguardo di Lia, mentre aspetta che quelle le vadano in contro. In prima linea i lunghi capelli castani di quella che ha parlato prima. Quando la foglia si posa al suolo, in una delle tante pozzanghere, loro sono a meno di un metro da Lia.
«Vi serve qualcosa?» La sprezzante voce Rosalia le irrita visibilmente, annoiata ed infastidita, si sente.
«Sappiamo che hai parlato male di noi, della nostra classe, in particolare di noi tre» La Barberini sa il fatto suo, subito all'attacco con le unghie affilate, vomita addosso quelle parole acide nei confronti di Rosalia, che ancora non ricordo in nome di nessuna di quelle tre papere, ma rivolge gli occhi alle sue compagne, due idiote che vanno avanti solo perché i professori non vogliono rivedere un anno in più, come praticamente tutti gli altri. La Barbari aspetta ancora una risposta, ma Lia non sa proprio che dire.
«Sinceramente io non so neanche chi siete» viene interrotta.
«Stronza bugiarda,» inizia la ragazza coi capelli scuri, grassottella, proprio brutta secondo Rosa, e ora che sente la sua voce anche quella fa schifo, come lei. «siamo andate in gita insieme per tre anni» come se questo possa significare che vi conosco, pensa Rosa.
«Comunque non ho mai parlato male di voi, ripeto, neanche vi conosco» ribatte, cercando ora gli occhi della sue due compagne, quasi nascoste dalle tre figure davanti.
«Cosa significa "voi"? Come cazzo ti permetti di usare questo tono quando parli di noi, cretina» agguerrita la Barbarelli, insomma, come diavolo si chiama? «Ri devi solo sciacquare la bocca quando parli di noi della F.»
"Noi della F?" pensa Rosalia, "manco fossero una confraternita". «Davvero ragazze, non ho niente contro di voi, ora lasciatemi in pace..»
Mentre Rosalia cerca di girarsi, viene raggiunta da altre tre figure, tre compagni di classe della F, tre della setta di idioti, tre ragazzi alti.
«Sono le tue compagne che ce l'hanno detto,» ricomincia la castana il cui cognome rimane un mistero «e sono qui proprio per confermare che non celo siamo inventate.» un cenno va a loro, gli occhi di Rosalia tornano su di loro che non ricambiano lo sguardo, codarde.
«Probabilmente sono loro che parlano male di voi, allora» ribatte, ora molto indispettita.
Questa volta Rosalia si gira ed inizia a camminare, quando l'ultima ragazza, sotto i risolini dei due ragazzi della compagnia, l'afferra perla spalla. Rosalia si gira, la spintona. Viene spintonata di ricambio dalla terza ragazza, alta 20 cm più di lei e molto muscolosa, "Sarebbe forte come giocatrice di basket" pensa fra se, prima di prendere la rincorsa, scaraventarsi su di lei e sbattendola a terra. In un secondo tutti è intenso, tutto è adrenalina. In un attimo alza lo sguardo, i volti impauriti dei suoi compagni, le inginocchiata nel fango con la ragazza sbigottita sotto di lei. Rosalia è confusa, d'altro non le hanno fatto effettivamente nulla, è un malinteso. Vede l'odio nei loro occhi, è delusa da se stessa, è impaurita, ma si sente fortissima. Si alza, si scusa e scappa via.
Un sasso sulla schiena.
Poi sulla testa.
Poi ricordi sbiaditi.
I due ragazzi le corrono in contro, le danno un calcio, due, forse di più. Le sputano addosso. L'istinto animale vorrebbe che lei si alzasse, che gli desse una lezione, ma sono troppi loro. La più alta della F è ancora a terra, con la tipa coi capelli neri che l'aiuta, inizia una pioggia leggera. La ragazza castana, Barbari è il suo cognome, la sente chiamare dai due ragazzi, si avvicina. "La vuoi una giacca?" sente dire mentre viene spogliata, qualcuno le sputa addosso. Immensamente piccola, microscopica, freddo e dolore. Rosalia è lì, con una maglia e dei jeans bagnati, sporchi. I boccoli biondi sul viso, la tosse bloccata ad altezza del cuore. L'istinto le dice che questo sarebbe successo, comunque, prima o poi.
Suo padre, professore dell'università, voleva insegnarle l'umiltà facendola andare al liceo di quartiere e non quelle scuole private da figli di papà, ma qui lei non si sente a suo agio. Ogni calcio nella pancia, ogni colpo in testa da parte di quelli è per tutte le fortuna che lei ha avuto, per tutta la bellezza che a lei è stata data, per il colpo snello, per gli occhi verdi, per i soldi della nonna. Tutto l'odio fermentato, tutta la cattiveria dell'adolescenza.
Il potere di far espellere i 5 ragazzi della F e sospendere le due della sua classe, non basta. Lia vorrebbe solo aver avuto la forza di alzarsi e saltargli addosso di nuovo, lottare con le unghie. Avere un super-potere, e non quello di scomparire, ma quello di essere più grande, più forte: dimostrargli quanto vale; di essere una bestia, una pantera e sbranarli da quegli stracci. Di togliergli quella vita immeritata e quel poco rispetto per l'essenza e per la propria anima.
Invece è in una stanza d'ospedale, in coma, che a malapena lotta per la sua vita.
Ora scruta noi da un finestrino dove pioverà per sempre.
Ora scruta noi da un finestrino dove pioverà per sempre.

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